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caralis
CAGLIARI di tutto un pò


Diario


22 aprile 2011

OLBIA-TEMPIO, CARZEDDA PIETRO VITTORE noto PIETRO, Elezioni Comunali 2011

 

CARO AMICO/A  di " CAGLIARI "

AI TUOI CONOSCENTI  di OLBIA

FAI VOTARE PIETRO VITTORE CARZEDDA noto 

PIETRO

pietro 1L

 



 




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16 novembre 2010

Cagliari, Massidda «Vuol diventare sindaco di Cagliari».

 

da dagospia.com 15 nov. 2010

 

STRACQUADANIO METTE IL DITO NELLA PIEGA (DEI PANTALONI) E SCOPPIA IL CASINO - IL DEPUTATO ULTRABERLUSCONE SBERTUCCIA, TRA GLI ALTRI, L’AMARA E AMATA CARFAGNA: “Berlusconi l’ha fatta diventare ministro, però è altrettanto vero che la Carfagna deve moltissimo a Bocchino” - ECCO CHE ESOLODE LA GELOSIA DEL RE DEL BUNGA BUNGA: “È TALE L’ABNORMITÀ DELLE OFFESE CHE NON INTENDO COMMENTARLE” - CHISSà CHI HA STOPPATO IL PASSAGGIO CERTO DELL’INCARFAGNATA TRA LE BRACCIA DEI FINIANI...

1 - «ALFANO È FREDDINO. LA CARFAGNA? TORMENTATA» - STRACQUADANIO, I «BUONI» E I «CATTIVI»: GELMINI E FRATTINI STANNO ZITTI ZITTI. BONDI È FEDELISSIMO
Fabrizio Roncone per il "

mara carfagna italo bocchino corriere

«Leggo e sento dire che per il Pdl questi sono giorni di panico, vengono descritti scenari da 25 luglio, da piazzale Loreto...».

E invece, onorevole Giorgio Stracquadanio?
«Vede, se i miei colleghi di partito provassero ad entrare in un bar, o a salire sulla metropolitana, capirebbero che il Cavaliere è ancora molto amato dalla gente. E che perciò non ci sono grandi motivi di apprensione».

Lei è uno dei deputati più fedeli al Cavaliere e...
«Certo: io gli sono estremamente fedele, come dovrebbero, però, esserlo tutti. E sa perché?». No, perché? «Oh... è semplice: il Pdl altro non è che una protesi del Cavaliere».

SILVIO BERLUSCONI MARA CARFAGNA

Una protesi nel senso che...
«Che senza di lui il partito non esisterebbe. Tutti noi parlamentari non esisteremmo. Nessuno può pensare di esistere senza di lui».

È una visione un po' estrema...
«Estrema? Ma ha letto le dichiarazioni di Tremonti al Corriere? Nonostante sia da tutti indicato come il possibile premier di un governo d'emergenza, egli ha sentito il dovere di ribadire che se prova a immaginare un altro governo, ne immagina ancora uno con Berlusconi premier».

BOCCHINO IN BARCA CON LA MOGLIE GABRIELLA BONTEMPO

Non tutti, in queste ore, sono così netti nel prendere posizione.
«Mmhmm...».

Sta pensando a qualcuno?
«Beh, sì. Penso ad Angelino Alfano. Freddino, in effetti».

Defilato.
«Molto più che defilato! Sembra un estraneo nel Pdl... Ma lo capisco: è giovane, intelligente, credibile, stimato. Sa perfettamente che, in un modo o nell'altro, saprebbe come riciclarsi».

Giorgio Stracquadanio

Riciclarsi: è un brutto verbo.
«Però rende l'idea. Meglio lui, comunque, di altri che prima si sono molto spesi e che ora se ne stanno zitti zitti e buoni buoni...».

I nomi, forza.
«Sono due ministri: Mariastella Gelmini e Franco Frattini. Prima hanno fatto i diavoli brigando di qua e di là, cercando insomma di convincere Berlusconi che un accordo con Fini fosse ancora possibile... Utopia pura, com'era chiaro. Ora invece se ne stanno un po' in disparte. Ma pure loro...».

Pure loro?
«No, dico: dove vanno senza Berlusconi? Esistono senza di lui?».

Stracquadanio, se si fa domande così impegnative, si dia anche delle risposte.
«E certo che mi rispondo: no, non esistono senza il Cavaliere! Che poi, diciamocelo, non è una cosa complicata da capire. Infatti Maurizio e Ignazio, appena la situazione s'è ingarbugliata, non hanno avuto esitazioni».

ANGELINO ALFANO

Sarebbero Maurizio Gasparri e Ignazio La Russa, giusto?
«Esatto. Li vede, no? Testardi, determinati, infaticabili, fedelissimi».

Anche altri, in verità, paiono comunque piuttosto fedeli.
«Sa qual è il problema? Spesso incide il carattere delle persone. Prenda la Daniela Santanché. Le parli male di Berlusconi e lei, letteralmente, ti morde alla gola. Altri, al contrario, in questa situazione... come dire? vanno un po' in confusione».

Tipo?
«Tipo il mio amico Piergiorgio Massidda. Al Corriere, l'altro giorno, lui che pure è un senatore esperto, ha detto che a Berlusconi, in cambio della sua fedeltà, ha chiesto provvedimenti in favore della sua amata Sardegna. In realtà, non ha avuto il coraggio di dire la cosa che, sul serio, gli sta a cuore».

MARIASTELLA GELMINI

E sarebbe?
«Vuol diventare sindaco di Cagliari».

Sia indulgente, onorevole Stracquadanio. Gli stati d'animo, in politica, non possono essere uguali per tutti.
«Ma infatti io ho il massimo rispetto per il silenzio di una come Mara Carfagna. Perché è il silenzio di una donna in difficoltà».

Può essere più preciso?
«Allora: è vero che Berlusconi l'ha fatta diventare ministro, però è altrettanto vero che lei, la Carfagna, deve moltissimo a Italo Bocchino, che se ne è preso cura, politicamente, fin da subito, da quando lei decise di intraprendere la carriera dentro Forza Italia. Anzi, dico di più: immagino pure il tormento della Carfagna...».

Onorevole, scusi: che genere di tormento?
«Beh, suppongo che Bocchino le abbia chiesto di passare con Futuro e libertà, no? Guardi, chi tace, in questi giorni, è perché ha certamente qualche tentazione...».

FRANCO FRATTINI

Prosegua.
«La Prestigiacomo, ad esempio, ho l'impressione che sia indecisa tra il Pdl e Forza del Sud di Micciché».

Poi ci sono...
«Quelli misurati per dovere istituzionale: come i capigruppo Quagliariello e Cicchitto, anche se ogni tanto viene fuori il John Le Carré, il dietrologo che è in Fabrizio. E naturalmente poi c'è Sandro Bondi». Già, Bondi. «Ma lui è un caso a parte. Lui deve tutto, ma davvero tutto a Berlusconi. Che lo accolse quando era solo l'ex sindaco comunista di Fivizzano...».

DANIELA SANTANCHE

2 - BERLUSCONI, STUPITO PER PAROLE SU PERSONE CHE OPERANO BENE...
(ANSA)
- "Leggo con stupore sul 'Corriere della Sera' dichiarazioni di un deputato che attacca e offende persone a me vicine, che ho chiamato nella squadra di Governo, dove operano benissimo, e alle quali peraltro voglio particolarmente bene. E' tale la abnormità di quelle offese che non intendo commentarle". Lo afferma in una nota il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.

3 - STRACQUADANIO, NON VOLEVO OFFENDERE MA DARE SFERZA. LEALE CON PREMIER. SPERO DI POTER SPIEGARE, MA PRONTO A DIMISSIONI...
(ANSA) -
"Ho letto la nota in cui Silvio Berlusconi ha giudicato 'offese abnormi' le mie parole di oggi sul Corriere della Sera. Non ho mai pensato di offendere nessuno, ma ho cercato di dare, magari provocatoriamente, ma sempre con argomenti politici, la sferza ad amici che considero tra i migliori esponenti politici del mio partito e che non mi sono apparsi all'altezza della situazione": così Giorgio Stracquadanio del Pdl in una nota. "Tutti conoscono la mia lealtà al premier, con cui spero di potermi spiegare. E se questo non accadrà, coerentemente a quanto ho sempre dichiarato, rassegnerò le mie dimissioni dalla Camera dei Deputati".

SANTELLI

4 - SANTELLI, STRACQUADANIO TRAVOLTO DA PROPRIA ANSIA...
(ANSA) -
"Questa volta l'ansia provocatoria dell'amico Stracquadanio ha travolto lui stesso. Chi lo conosce bene conosce anche quanto si diverte nel creare casi giornalistici. Essendo però nota la stima e l'amicizia che lo lega a molti dei ministri da lui stesso citati, è evidente che il contenuto dell'intervista al 'Corriere della Sera' non corrisponde né al suo reale pensiero, tanto meno a quello dei parlamentari". Lo afferma Jole Santelli del Pdl. "Mi spiace per i ministri che sono stati ingiustamente attaccati e soprattutto mi dispiace dal punto di vista personale, essendo persone cui mi legano profonda amicizia e stima", conclude Santelli.




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23 marzo 2010

OLBIA-TEMPIO, PROVINCIA GALLURA Arrigo Filigheddu resta a capo dell’Unione Ordini forensi sardi

 
 da La Nuova Sardegna MARTEDÌ, 23 MARZO 2010

L’avvocato olbiese confermato per il prossimo biennio

Arrigo Filigheddu resta a capo dell’Unione Ordini forensi sardi

SGH03F[1]TEMPIO. È ancora un avvocato gallurese il presidente dell’Unione regionale degli Ordini forensi della Sardegna. Si tratta di Arrigo Filigheddu, noto legale con studio ad Olbia, riconfermato tra l’altro presidente dell’Ordine degli avvocati del foro di Tempio nel corso delle elezioni svoltesi appena qualche settimana fa.
 La sua riconferma, per acclamazione, si è avuta qualche giorno fa nel Palazzo di Giustizia di Nuoro, città che è stata scelta come dislocazione baricentrica rispetto alle sedi di altri ordini, tribunali e uffici giudiziari dell’isola. Arrigo Filigheddu resterà quindi in carica ancora per il biennio 2010-2011 e avrà come vice i colleghi avvocati Ettore Atzori di Cagliari e Gavino Arru di Sassari, come segretario Mario Pilia di Lanusei e tesoriere Giammario Lisca di Tempio.
 Nello stesso tempo l’avvocato Filigheddu continua ad esser membro di una commissione interna all’Ordine forense nazionale, creata ultimamente per studiare la riforma della professione in funzione soprattutto del suo rinnovamento, della sua riconfigurazione in un un tipo di società mutata rispetto al passato e quindi dei modi di accesso.
 Quest’ultimo ruolo rappresenta un impegno che lo porta ad avere contatti con qualificati colleghi di ogni ogni parte d’Italia, con naturali ricadute positive nell’esercizio della funzione di presidente dell’ordine degli avvocati a livello sia locale che regionale. (t.b.)

 


17 gennaio 2010

ANTONIO DI PIETRO IDV, UN MISTERO TUTTO ITALIANO

GONG! SALE SUL RING LA SEMPITERNA ITALIETTA DEI MISTERI INCROCIATI -  ALLA FURIBONDA ARRABBIATURA DI ANTONIO DI PIETRO PER IL DOSSIER CHE (SECONDO QUANTO DA LUI STESSO RIVELATO) LO VORREBBE COLLEGARE ALL’UNIVERSO  DEI SERVIZI SEGRETI ITALIANI E AMERICANI, MAFIA USA COMPRESA, "IL GIORNALE" DI FELTRUSCONI RISPONDE CON UNA BIOGRAFIA DEVASTANTE DI MISTERI E ALLUSIONI: DAL GIALLO DELLA LAUREA ALL'INGRESSO IN MAGISTRATURA, DAL VIAGGIO ALLA SEYCHELLES FINO AL FRETTOLOSO ADDIO ALLA TOGA

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Luca Fazzo per Il Giornale

Se si vuole capire davvero la furibonda arrabbiatura di Antonio Di Pietro per il dossier che (secondo quanto da lui stesso rivelato) lo vorrebbe collegare all'universo dei servizi segreti, bisogna andare indietro di dieci anni  e più. All'ultimo periodo italiano di Bettino Craxi, e poi al lungo crepuscolo ad Hammamet. È in quel periodo che il leader socialista rende sempre più esplicita la sua convinzione, maturata fin dagli esordi di Mani Pulite e poi rafforzatasi strada facendo: quella che l'origine dei suoi guai giudiziari stia  da qualche parte nella nebulosa dei servizi segreti, e più direttamente nella frangia della nostra intelligence di obbedienza americana

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La convinzione che Mani Pulite fosse stata - se non progettata - comunque oliata ed agevolata da Oltreoceano, da quella parte di establishment Usa deciso a chiudere i conti con l'anomalia italiana, con l'Andreotti del dialogo con gli arabi, con il Craxi dell'affronto di Sigonella.Questa convinzione - ribadita implicitamente pochi giorni fa da Rino Formica, ex ministro socialista - passava necessariamente per una rivisitazione del personaggio Di Pietro. Non c'erano solo le Mercedes, i prestiti, le piccole magagne per cui Di Pietro verrà processato e assolto. C'erano dubbi ben più corposi, e che comportavano una rilettura integrale della biografia del magistrato  milanese: una carriera solo in apparenza naif, e in realtà compiuta sotto l'egida degli apparati occulti dello  Stato, di qua e di là dall'Atlantico. È una ipotesi che, oggi come allora, Di Pietro considera una calunnia senza  capo né coda. E fornisce risposte - a volte precise, a volte meno - sui misteri, veri o presunti, della sua storia  personale. Eccone una sintesi.

IL RIENTRO IN ITALIA
Secondo le biografie autorizzate, Di Pietro emigra in Baviera nel 1971, a ventun anni, e rientra in Italia due anni dopo. Colpo di scena. Viene assunto dall'Aeronautica militare, e assegnato alla struttura che si occupa di controllare la sicurezza delle forniture ad alta tecnologia bellica delle nostre industrie. È una mansione da sempre svolta in parallelo con un reparto apposito del Sismi, l'Antiproliferazione.

44691 tn[1]di pietro42798 tn[1]Enzo lo giudice

E comunque chi vi lavora deve godere di un lasciapassare di sicurezza che in quegli anni viene rilasciato proprio dagli 007. Come fa Di Pietro a ottenere immediatamente il nulla osta? La versione di Tonino è semplice: ho fatto un concorso come impiegato civile, l'ho vinto e sono entrato all'Aeronautica.

LA LAUREA
Il 19 luglio 1978 Di Pietro si laurea in Giurisprudenza alla Statale di Milano. Nel giro di trentuno mesi ha sostenuto ventidue esami, a un ritmo forsennato. Un esame che terrorizza tutti gli studenti di legge, «Istituzioni di diritto privato», lo sostiene e lo passa dopo appena un mese dall'esame precedente.

26662 tn[2]Si laurea con una tesi in Diritto costituzionale, voto 108/110.  «Lavoravo di giorno e studiavo di notte», è sempre stata la versione di Di Pietro: e d'altronde la sua incredibile capacità di lavoro è nota. Ma una serie di stranezze rafforzano i dubbi di chi  ipotizza che il suo percorso accademico sia stato accompagnato  da segnalazioni e raccomandazioni. Un appunto del centro Sisde di Milano sostiene che Di Pietro in quegli anni era in contatto con un diplomatico Usa in servizio  nel nord Italia, e con una associazione vicina alla Cia. In una indagine riservata dei carabinieri dell'Anticrimine milanese si legge che il giorno in cui risulta avere sostenuto un esame, in realtà Di Pietro era fuori città: ma sono illazioni che resteranno prive di riscontro.

 

26660 tn[1]Come pure i sospetti sul ruolo di Agostino Ruju, avvocato, legato ai nostri servizi segreti, che alla Statale fa l'assistente di Diritto costituzionale quando Di Pietro  si laurea proprio in quella materia. A indicare Ruju come uomo dell'intelligence sarà Roberto Arlati, uno dei collaboratori più stretti del generale Dalla Chiesa. Peraltro sia Ruju che Arlati verranno arrestati da Di Pietro nel corso di Mani Pulite.

AL FIANCO DI DALLA CHIESA?
In una intervista a Paolo Guzzanti, la madre di Emanuela Setti Carraro racconta che Di Pietro lavorava agli ordini di suo suocero, il generale Dalla Chiesa, nella lotta al terrorismo. Non indica date precise, ma l'episodio dovrebbe essere precedente al 1980, quando Dalla Chiesa viene trasferito al comando della divisione Pastrengo: all'epoca, dunque, Di Pietro è ufficialmente ancora un dipendente civile dell'Aeronautica.

22913 tn[2]L'INGRESSO IN MAGISTRATURA
Sul concorso con cui, due anni dopo la laurea, Di Pietro entra in polizia non ci sono ombre. Nei dossier craxiani ce ne sono invece, e corpose, sul modo in cui nel 1981  il commissario diventa magistrato, superando al primo colpo un concorso famoso  per la sua asprezza. Ai giudici della commissione d'esame resta impressa una  certa rozzezza espositiva del candidato. A presiedere la commissione c'è il giudice Corrado Carnevale che più tardi racconterà di essersi fatto commuovere dal  curriculum dell'ex emigrante.

 

 

26661 tn[1]Ma ancora più inconsueto è quanto accade tre anni dopo, quando il consiglio giudiziario di Brescia valuta l'«uditorato» (cioè l'apprendistato) di Di Pietro. È un giudizio molto severo, che conclude per l'inadeguatezza di Di Pietro a diventare  magistrato. Ma il Csm ribalta tutto e promuove l'uditore Di Pietro. Tra i membri del Csm c'è allora Ombretta Fumagalli Carulli, una deputata Dc in ottimi rapporti con gli Usa, che diventerà uno dei primi fan delle indagini anti-corruzione a Milano. Ma Di Pietro ha dalla sua una dichiarazione al Csm del procuratore capo di Bergamo, Cannizzo, che appena un anno dopo cambia radicalmente il giudizio su di lui, aprendogli  la strada al trasferimento alla Procura di Milano.

 

 

IL VIAGGIO ALLE SEYCHELLES
È l'episodio più surreale, quello dove è più difficile collocare le tessere in un  mosaico sensato. Ruota intorno a Francesco Pazienza, un faccendiere dai mille  contatti, iscritto alla loggia P2, bene introdotto negli ambienti dei nostri servizi  segreti. Nel 1984 Pazienza viene accusato di avere creato, insieme ad alcuni boss dell'intelligence, una sorta di servizio segreto parallelo, viene colpito da mandato di cattura e si rifugia alle Seychelles.

11286 tn[1]Craxi, che allora è presidente del Consiglio, gli scatena contro il Sismi. Mentre i servizi cercano inutilmente di afferrarlo, alle Seychelles sbarca Di Pietro, sostituto procuratore a Bergamo, ufficialmente in viaggio di piacere. Di Pietro si mette sulla tracce di Pazienza, all'insaputa dei suoi capi. In una dichiarazione riportata dal giornalista Filippo Facci, l'allora capo del Sismi Fulvio Martini ipotizza che «Di Pietro lavorasse anche per il ministero degli Interni e avesse mantenuto legami con il precedente

 mestiere».

IL VIAGGIO IN AMERICA
Nel 1985 Di Pietro arriva a Milano, in Procura. Inizia a scavare sul ma10029 tn[1]rcio  nella pubblica amministrazione partendo dal caso delle «patenti facili». Tra la fine del 1991 e l'inizio del 1992, con la testimonianza di Luca Magni  e l'arresto di Mario Chiesa, dà il via all'operazione Mani Pulite. Nel giro  di poche settimane viene sollevato il coperchio sulla inverosimile commistione tra business e politica che si è impadronito dell'ex «capitale morale». Tutta l'Italia tifa per Di Pietro. Ma a ottobre, nel pieno del tourbillon dell'inchiesta, il pm sparisce improvvisamente da Milano e vola negli Stati Uniti. Non si sa bene cosa faccia. Di certo partecipa all'interrogatorio  di un imprenditore italiano, tale Grassetto. Poi svanisce, i cronisti italiani gli danno la caccia tra New York, Los Angeles, la Pennsylvania. Sui giornali si parla di una traccia che metterebbe in collegamento le indagini  di Mani Pulite con i fondi americani di Cosa Nostra: non se ne saprà mai più nulla.

9032 tn[1]Il figlio di Di Pietro

Di Pietro fa una sola dichiarazione: «Siamo qui per alcuni incontri con giuristi e agenti dell' Fbi che ci devono spiegare come si fanno qui in America certe indagini». Ma si dice che venga ospitato anche da quelli della Kroll, la superagenzia di investigazioni private che da sempre lavora anche per l'intelligence a stelle e strisce.

 

 

 

lapresse antonio-dipietro dito tn[1]DIMISSIONI DALLA MAGISTRATURA
Qui i servizi segreti non c'entrano, ma siamo comunque nella categoria del «giallo». Il 6 dicembre '94, dopo avere concluso la sua requisitoria nel processo Enimont, Di Pietro si toglie la toga e comunica al procuratore Borrelli la sua decisione di lasciare la magistratura. Nei giorni precedenti appariva provato psicologicamente, c'è chi racconta di averlo visto scoppiare a piangere all'improvviso, senza motivo, in ufficio. La spiegazione di Di Pietro è: sapevo che stavo per venire incriminato, dimettendomi ho evitato che a venire travolta fosse l'intera inchiesta e contemporaneamente ho potuto difendermi con maggiore libertà. I fatti gli daranno ragione, verrà assolto e Mani Pulite andrà avanti (anche se per poco).  Eppure sono in diversi a pensare che anche la storia di quell'addio sia, in tutto o in parte, ancora da scrivere.

 

[16-01-2010]
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15 gennaio 2010

CALASETTA. Antonio Leone, nonno Tonio, la moglie Maria Pina piange, Anna Leone.

 
 da La Nuova Sardegna VENERDÌ, 15 GENNAIO 2010

«La mia Anna non doveva morire»

Il nonno della bimba annegata: i genitori andranno via da questa casa

I funerali della piccola travolta dall’ondata di piena si svolgeranno questo pomeriggio Ci sarà tutto il paese

di ERMINIO ARIU E FELICE TESTA

1 calaset 140110

2 bamb calas 140110CALASETTA. «Quando sono arrivato vicino al torrente, ho visto mio figlio in mezzo al campo, correva e chiamava la bambina. La mamma di Anna era immersa nell’acqua a cercare la piccola». Antonio Leone, nonno Tonio, smette di parlare, guarda in fondo alla stanza. Seduta su un divano, la moglie Maria Pina piange, consolata dalle cognate. Sul volto di Antonio Leone, il cenno di un sorriso triste: «Era una bambina precisa, ordinata. In questo somigliava a mio figlio e a me». Tace per un attimo, perso nel ricordo di una mattina di pioggia, quando il fiume gli ha portato via la nipotina.
 Non è difficile trovare l’abitazione di Antonio Leone: basta seguire i volti del dolore. Un’automobile svolta l’angolo, al volante una donna con il viso rigato di lacrime. Poco oltre il portone d’ingresso, un uomo stringe un fazzoletto nelle mani. Tutta Calasetta si è stretta intorno alla famiglia, in una solidarietà affettuosa e discreta. Nella casa di via Siciliani 44, c’è un dolore composto, una disperazione muta. Gli amici, i parenti, la gente del paese entra in silenzio nell’ingresso a fare le condoglianze. Il dolore dei Leone è il dolore dell’intero paese. I parenti sono arrivati dalla penisola per stare vicini alla famiglia.
 «La mamma di Anna - dice Sonia Leone, la zia della piccola Anna - è voluta andare a Cagliari, insieme al marito. Oggi dovrebbero fare l’autopsia alla bambina e la mamma ha chiesto di andare vicino alla figlia. Ora l’abbiamo convinta a rientrare. Mio fratello, invece, è rimasto ad aspettare. Sono disperati. Mia nuora non si dà pace. Cerchiamo di starle più vicino possibile, non sappiamo come consolarla».
 Sul grande tavolo rotondo, accanto alla porta di casa, ci sono alcune foto della piccola Anna.
 Sonia Leone ne prende una per mostrarla. Un’immagine della bambina con il costume di Calasetta e un cesto d’uva in mano.
 «È dello scorso anno - spiega -. Era stata eletta “reginetta dell’uva” per la festa che si fa in paese. I bambini aprono il corteo portando i grappoli nei cestini. Anna compirà cinque anni il 12 settembre», dice la zia Sonia, e guarda la fotografia.
 Antonio Leone cerca una ragione alla tragedia: «Sono cattolico - riflette a voce alta - ma davvero non capisco. Dio ha permesso che una bambina di quattro anni morisse così. Non può esserci una spiegazione umana, non si può accettare un fatto come questo. Anna ci manca moltissimo».
 La voce del nonno è tenera, dolce, mentre parla della bambina, appena dopo si fa più ferma, dura.
 «Non sono tragedie che devono succedere - scandisce senza alzare il tono - Avevano chiesto tante volte di poter costruire il ponte su quel guado. Lo avrebbero pagato loro, non sarebbe costato niente a nessuno. Mio figlio aveva anche fatto fare, di sua iniziativa, un getto di cemento nel punto di passaggio, per potere transitare con più facilità. Il ponte non lo hanno costruito, non è stato dato il permesso. Mi auguro non lo facciano ora. Voglio pensare che non sia stato necessaria la morte di una bambina di quattro anni per realizzare un’opera così piccola, come un ponticello sul torrente. Ieri notte Ivan e Agata sono rientrati nella loro casa. Siamo stati con loro tutta la notte. Non vogliono più tornarci, lasceranno S’Acqua sa Murta. Come potrebbero attraversare quel fiumiciattolo ogni giorno, e ogni volta rivivere una tragedia come quella che ci è accaduta? Oggi - prosegue Antonio Leone - dei parenti sono andati a portare via i cavalli e a prendere qualche oggetto personale. In quella casa non torneranno più».
 Davanti alla villetta bianca della famiglia Leone, a S’acqua sa Murta, appoggiati al muretto davanti all’ingresso, sono rimasti il triciclo colorato di Anna e il suo monopattino celeste.
 Il giorno del suo compleanno aveva corso nella piazza, davanti alla pizzeria dove aveva festeggiato con i genitori, i nonni e i bambini dell’asilo. I giocattoli abbandonati, sono il segno silenzioso della sua assenza, di una mancanza che non potrà essere mai più colmata.
 A tarda sera c’è ancora un via vai incessante nella casa di via Siciliani. Ancora non si conosce l’esito dell’autopsia, né è stata fissata l’ora dei funerali che dovrebbero essere celebrati questo pomeriggio nella parrocchia di San Maurizio Martire, dove tutta Calasetta darà l’ultimo saluto alla piccola Anna e, ancora una volta, si stringerà intorno alla famiglia Leone, al dramma di Ivan e di Agata Fois che piangono la loro unica figlia.

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 da La Nuova Sardegna VENERDÌ, 15 GENNAIO 2010

«Ignorati tutti i nostri allarmi»

Gli abitanti di S’acqua sa Murta e Cussorgia denunciarono i pericoli Ivan Leone realizzò un passaggio di cemento sul fiume straripato

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CALASETTA. I segnali che dicevano del pericolo rappresentato dal torrente Rio sa Murta c’erano tutti. Si erano manifestati nel corso degli anni, puntuali come le piogge d’inverno, capaci di allagare le case a valle del torrente, di rendere i guadi impraticabili, di isolare uomini, animali e case. Nessuno però li ha ascoltati, nessuno che sia stato capace di stare a sentire le ragioni di chi lanciava l’allarme, confermato dalla tragica morte della piccola Anna Leone. Ora gli abitanti di S’acqua sa Murta e di Cussorgia, dove, all’ingresso della frazione, campeggia un cartello di pericolo inondazione, raccontano di proteste rimaste inascoltate, di interventi mai autorizzati, di salvataggi con trattori ed elicotteri.
 Il torrente Sa Murta ha ripreso a scorrere lentamente dopo aver smaltito le acque meteoriche di un’intera giornata di pioggia.
 Il greto del fiume è ora transitabile e lascia trasparire un’acqua limpida e tranquilla. Il fiume scorre, oggi, saltando tra il cemento “corrugato” che Ivan Leone, aveva realizzato qualche anno prima, per faciltare l’aderenza dei pneumatici delle vetture in quel passaggio obbligato. Aveva commesso un abuso perché i familiari e gli amici non corressero pericoli nell’attraversamento del torrente.
 D’inverno il Rio Sa Murta diventa minaccioso: l’acqua raggiunge livelli critici e, ancora una volta, l’artigiano era stato costretto ad acquistare un fuoristrada per attraversarlo con più sicurezza. «Ivan aveva cercato di adottare le giuste contromisure per poter guadare il fiume in sicurezza - lamenta Emanuele Massa, un amico di famiglia -. La spianata di cemento rugoso doveva creare un maggior attrito per i pneumatici. Tutto questo è stato necessario. I Leone avevano più volte chiesto di realizzare, a proprie spese, un ponte ma non gli hanno concesso l’autorizzazione. La stessa circostanza si è verificata a Cala Sapone dove è sparita una strada. Solo recentemente, con la nuova amministrazione comunale, si può raggiungere la spiaggia; ma il pericolo rimane. Forse si attende una disgrazia per mettere in sicurezza le strade e i ponti. I tecnici sanno bene che il suolo di Calasetta è roccioso e l’acqua non viene assorbita dal terreno: tutto quello che viene dall’alto va ad ingrossare i torrenti». In quella zona il lunedì di Pasqua dello scorso anno una donna era stata salvata utilizzando un trattore, un’altra con l’elicottero.
 Ieri una decina di persone hanno badato ai cavalli del maneggio di Ivan Leone, guadando il fiume ormai rientrato negli argini. L’emergenza non è svanita: ad ogni scroscio di pioggia nelle campagne di Calasetta si teme il peggio.
 Cussorgia, la piccola frazione a valle del Rio Sa Murta, è sempre sotto la minaccia. «Se non puliscono i canali - denuncia Maria Murgia, 84 anni - non potrò stare tranquilla. Lo scorso anno ho visto la mia casa allagata e il giardino distrutto. È arrivata una ruspa che ha liberato il corso del fiume ma l’opera si è fermata a metà. Mi hanno detto che lì la ruspa non poteva transitare. Mi hanno lasciato un canale invaso dalla canne e aspetto che trovino un mezzo adeguato». Intanto l’acqua, ancora ieri, alla foce era al limite di guardia. (e.a. e f.t.)
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da La Nuova Sardegna VENERDÌ, 15 GENNAIO 2010

Un arcobaleno e un giglio per la compagnetta che è volata in cielo

I piccoli non andranno al funerale: l’hanno sconsigliato gli psicologi dell’Asl

di ERMINIO ARIU E FELICE TESTA

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7 calas 1401108 calas 140110

6 calas 140110CALASETTA.«L’arcobaleno che fa la luce dei colori per Anna». Leonardo disegna un arco colorato che raggiunge la sua piccola amica che non c’è più. Sui banchi dell’aula della scuola per l’infanzia Giovanni XXIII, sono raccolti i disegni dei bambini dell’asilo di Anna Leone. Li hanno dedicati alla loro compagna di scuola. La maestra suor Gioconda ha detto loro che «è volata in cielo». I fogli colorati sono serviti per parlare ai bambini della tragedia di S’Acqua sa Murta. Il modo più delicato per raccontare la morte ai bimbi, senza nominarla. Alessandro ha disegnato la «colomba che porta Anna da Gesù», e l’ha colorata come un uccello del Paradiso. Sul piccolo banco sotto la finestra, c’è la cartella rosa di Anna.
 «Non sappiamo ancora con precisione quando ci sarà la cerimonia funebre ma i bambini non andranno in parrocchia tutti insieme, come avevamo pensato di fare in un primo momento - dice suor Gioconda -. Gli psicologi ci hanno sconsigliato di farlo per non correre il pericolo di creare eccessive emozioni ai piccoli. Qualcuno ritiene sia meglio dire la verità ai bambini, proprio per aiutarli a elaborare il lutto, ma abbiamo preferito seguire le indicazioni degli esperti della Asl. Andremo alla chiesa nei prossimi giorni. Lo facevamo spesso anche con Anna. Lì vicino ci sono gli scoglietti e dopo la visita alla cappella, facevamo una piccola passeggiata e scendevamo al mare con i nostri scolari. Abbiamo deciso - prosegue suor Gioconda - che andremo a pregare nella cappella e lasceremo un giglio sull’altare per ricordare Anna. Spetterà, invece, ai genitori decidere, caso per caso, se ritengono opportuno portare i figli al funerale. Forse, se accompagnati da mamma e babbo, i piccoli potrebbero sentirsi più protetti».
 La decisione di non portare, tutti insieme, come classe scolastica, i bambini alla celebrazione è stata presa dopo una consultazione con i neuropsichiatri della Asl di Carbonia. «Abbiamo chiesto un consiglio agli esperti - dice Patrizia Basciu, psicomotricista della scuola Giovanni XXIII - per poter dare una “restituzione” più adeguata ai bambini di quanto è successo. Abbiamo pensato di far elaborare loro la tragedia attraverso i disegni, una forma espressiva a loro congeniale».
 Sul muro dell’aula, sopra una mensola ci sono le foto degli scolari, minuscole, una a fianco dell’altra. In basso a sinistra, quella di Anna, incorniciata dentro una stella dorata: «Sono i provini del calendario», dice la suora.
 Intanto, i bambini giocano con le maestre. Oggi sono in pochi, solo una ventina, rispetto ai sessanta che la scuola ospita normalmente. Molti genitori, quelli che hanno potuto, hanno preferito tenerli a casa. Suor Gioconda apre una cartellina rosa, con gli adesivi delle Winx in copertina. «Aveva attaccato lei le figurine sul quaderno - spiega -. Erano le sue bambole preferite». Sfoglia la cartella e mostra i disegni fatti dalla bambina. «Nei suoi fogli colorati non mancava mai il sole - racconta - Viveva in campagna, disegnava sempre i fiori, vicino a lei. Aveva i capelli lisci e biondi, ma tutte le volte che rappresentava se stessa, tratteggiava una bambina dai capelli rossi e ricci. Come se le piacesse cambiare acconciatura».
 Dentro il quaderno di Anna ci sono dei fogli che raccontano l’autunno. Un grande tronco d’albero, imponente come una quercia e le fronde con le foglie secche raccolte nel giardino dell’asilo e attaccate con la colla tra i rami.
 Mentre dispone i disegni sul banco, suor Gioconda ritorna con la memoria alla mattina di mercoledì.
 «Non mi sono preoccupata - racconta - quando non ho visto arrivare Anna a scuola. Altre volte, durante le giornate di maltempo, era rimasta a casa. Ho pensato che anche quella mattina non sarebbe venuta. Poi è giunta la notizia che era successo qualcosa di grave. Si era sparsa la notizia che l’auto con la mamma e la piccola era stata trascinata via dal torrente e che la bambina era caduta in acqua. Dopo qualche ora, la voce che la bambina era stata ritrovata, che era viva e che i medici si stavano prodigando per rianimarla. Invece, dopo poco più di un’ora, ogni speranza è svanita. Il fiume aveva trascinato con sé un piccolo giglio. Quello che porteremo sull’altare».

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20 luglio 2009

PORTO CERVO, giungla d'asfalto F1

 

da dagospia.com

DALLE BASI AMERICANE A BRIATORE:

IN SARDEGNA

NON C’è PACE – CASO “RUBACUORI”:

Ieri la pineta era un intreccio di lecci,

mirto, ginepro, lentischio e rosmarino,

oggi è un BAGNO da 250 € a giornata –

IL Rubacuori è il gemello day del Billionaire…

1 - MA AL BILLIONAIRE LA SPIAGGIA COSTA 250 €...
Elio Pirari per La Stampa"

"Hanno interpretato male l'ordinanza comunale". Parola di Fabrizio Azara, esponente di opposizione del comune di Arzachena. L'ordinanza dell'inverno scorso prevedeva la pulitura di un sottobosco. Il dettaglio è che oggi sottobosco, bosco incluso, non ci sono più. La Lista civica guidata da Piero Filigheddu, eletto a giugno 2008, «E' orientata a centro-destra», fa sapere il senatore Baffigo. Contro il tank di Filigheddu marcia un drappello di ex Dc, An e persino un uomo dell'Idv.

BARBARA MONTEREALE CON BRIATORE

Fabrizio Pirina, carpentiere, guida la marcia contro «l'espansionismo del Rubacuori». C'erano una volta le basi americane, oggi c'è Briatore, ergo Pirina parte per la guerra, l'indipendentismo passa anche da qui: Briatore vuole privatizzare pineta, collina, spiaggia. Lo scorso inverno quelli della Forestale ginepri e lecci li avrebbero fatti a pezzi con la motosega.

Pirina & C andranno a sbattere contro un muro ma qualche ragione ce l'hanno. Ieri la pineta era un intreccio anarchico di lecci, mirto, ginepro, lentischio e rosmarino, sterrati che scendono a mare inseguendo le invenzioni del vento, oggi è un plastico Zen da - dicono - 250 euro a giornata, un'eccitata esplosione di gazebo arabeggianti, nuvole di barbecue, sdraio condominiali, tavoli di caucciù, via vai di manager in slip.

Che favoleggiano di asset, investimenti, fatturati. Di chi? Dove?, Quali? Angurie e sardine tradotte in ostriche e champagne. E l'indotto del Rubacuori non è una medicina per chi vive ad Arzachena.

Briatore e Emilio Gede

Nel 2007 il Centro servizi Capriccioli era gestito da una cooperativa locale, poi sfrattata per morosità. La gara d'appalto pubblico è della primavera del 2008. Il Comune fissa l'offerta in 35 mila euro, concorrono sette società. All'apertura delle buste Briatore brucia tutti scucendo 76 mila euro. Si aggiudica bando e gestione per 5 anni.

Da quel giorno il bar si trasforma in reparto-restaurant, sfilate e cocktail-party. Nasce il Rubacuori, il caso è risolto. Anche se la Giunta invita il gestore all'osservanza di alcune regole: fino alle 20, come da listino consumi comunale, un caffè non potrà costare più di 1 euro e 50. Il consiglio è di avere al polso un orologio funzionante.

Mitica l'ouverture dell'agosto 2008, banderillas, souvenir, la Gregoraci, un puzzle di Usmanov e Abramovich di terza e quarta generazione, qualche bomber, assessori emergenti, videostar. Ouverture degenerata in rissa per un paio di gommoni che sembrano aerei da guerra e inchiodano sul bagnasciuga a motore acceso.

Dopo un breve ma incandescente dibattito i locali decidono di respingere gli stranieri a suon di gavettoni. Una delle prime vittime è Emilio Fede. E la biondina vestita alla marinara, molto simile al Tadzio viscontiano, che gli sbarella al fianco.

2 - RITROVO DI VIP...
Da "La Stampa" - Il Rubacuori è il gemello day del più famoso Billionaire night, che dalla collina di Pantoggia domina Porto Cervo e il golfo del Pevero. Briatore ne ha fatto un ritrovo per i proprietari (e i loro ospiti) dei grandi yacht all'ancora fra la spiaggia di Liscia Ruja e Cala di Volpe: ristorante circondato da tende bianche, tettoie e «mura» di canne, tappeti rossi, atmosfera esotica, ragazze vestite di giallo.

 
[17-07-2009]

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nota:

I Sardi sono molto incazzati." Vero! Briatore?  Vero! Fede, fido ? "




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27 aprile 2009

CAGLIARI Tuvixeddu, avanza l’idea del grande parco Il ministero dei Beni culturali ha inserito la necropoli tra i siti di maggiore pregio

  
 da La Nuova Sardegna LUNEDÌ, 27 APRILE 2009

Tuvixeddu, avanza l’idea del grande parco

Il ministero dei Beni culturali ha inserito la necropoli tra i siti di maggiore pregio

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di Roberto Paracchini

CAGLIARI. Oltre cinquecento persone hanno visitato l’altro ieri l’area di Tuvixeddu aperta al pubblico. Da alcuni mesi a questa parte la necropoli punico romana è uscita dai libri di storia e di archeologia per diventare una delle mete preferite dai cagliaritani e dal dibattito cittadino. La querelle che si è sviluppata, pur con toni accesi e di forte contrapposizione in questi ultimi due anni, ha avuto come controparte (sarà forse per l’astuzia della ragione?), un rafforzato impegno delle associazioni ambientaliste e di molti archeologi per la riscoperta pubblica della necropoli.
 La direzione regionale del ministero dei Beni culturali, in collaborazione con Legambiente, ha inserito Tuvixeddu nell’elenco dei siti di particolare pregio culturale visitabili in città durante la «Settimana della cultura», con l’intento di promuovere maggiormente la conoscenza dei valori paesaggistici e culturali della zona. Le visite dell’altro ieri hanno avuto inizio intorno all’area archeologica di viale Sant’Avendrace, davanti alla Grotta della Vipera.
 L’affluenza è stata maggiore del previsto, tant’è che Legambiente ha dovuto intensificare la cadenze delle visite: ogni venti minuti partiva un gruppo di interessati, accompagnato dalle guide, nei luoghi visitabili e più significativi della necropoli (vico I, vico II, vico IV Sant’Avendrace) per «osservare un paesaggio archeologico ferito ma ricco di tanta suggestione». Alla fine della mattinata, Legambiente ha registrato 530 persone che «con la loro presenza hanno voluto manifestare l’impegno per salvare l’area e sollecitare ulteriori iniziative per realizzare il grande parco culturale su tutto il colle».
 La storia più recente delle vicende del colle racconta di una proposta fatta da Paolo Maninchedda (Psd’az, presidente della commissione regionale al Bilancio) per acquisire il colle: cinquanta milioni più «un po’ di permute». L’ipotesi ha riaperto il dibattito in quanto Maninchedda ha espresso il suo progetto all’interno della commissione di cui è presidente. «Mi sono convinto - aveva affermato nel suo sito il consigliere del Psd’az - che l’unica via d’uscita per la questione Tuvixeddu è acquistare le aree. Ormai tutti i tribunali della terra hanno sanzionato le scelte della precedente Giunta Soru, che pretendeva di acquisire le aree sostanzialmente espropriandole». Da cui la convinzione che «se noi realmente vogliamo estendere il parco archeologico alla totalità delle aree, abbiamo una sola strada: fare un’offerta e trattare». Da qui la richiesta di Maninchedda «al capogruppo Giacomo Sanna e al gruppo intero di fare un emendamento al Bilancio per accantonare una cifra intorno ai 50 milioni di euro tra la finanziaria 2009 e la finanziaria 2010 per permettere alla Regione di acquistare l’area. Con una scorta finanziaria di questo tipo e un po’ di permute, a mio avviso, si riesce a soddisfare tutti i proprietari».
 La storia dell’odissea di Tuvixeddu racconta di un contenzioso che dura da due anni: tra la Regione, da un lato, e la Coimpresa e il Comune, dall’altro. Tutto è iniziato da un accordo di programma firmato, nel 2000, dallo stesso governo dell’isola (di allora), dall’ente locale del capoluogo e dai privati. L’oggetto riguardava una «lottizzazione integrata» sui colli di Tuvixeddu (dove si trova la necropoli punico romana più grande del Mediterraneo) e Tuvumanno. L’intesa prevedeva: 23 ettari di parco archeologico naturalistco per la necropoli e una serie di edificazioni (400 in tutto) da realizzare in un’altra parte di Tuvixeddu, 263 in via Is Maglias e 140 a Tuvumannu (il colle già quasi del tutto scomparso per le lottizzazioni). L’intesa del 2000 teneva conto sia degli interessi del Pubblico (il Comune voleva riqualificare l’area e dimezzare un debito pregresso, per espropri irregolari, rilevato dalla Coimpresa), che del privato che avrebbe guadagnato dalla vendita degli appartamenti.
 Col passare degli anni, alla sensibilità ambientale si è aggiunta quella paesaggistica, ratificata dal Codice Urbani del 2004, che dà al paesaggio un valore «culturale non commercializzabile». Non solo difesa dell’ambiente, quindi, ma tutela del paesaggio come sedimentazione del vissuto di chi vi abita. Il che significa che assumono valore anche le aree morfologicamente compromesse (a Tuvixeddu le cave hanno creato il canyon). Indicazioni contenute anche nel ppr (piano paesaggistico regionale). Da queste premesse partì l’intervento della Regione, deciso nel 2007 col primo blocco dei lavori. Ma la Coimpresa e il Comune (che aveva appaltato sia i lavori per il parco, che quelli per la nuova viabilità - era prevista una strada anche all’interno del canyon) fecero ricorso. E sia il Tar che il Consiglio di Stato gli diedero ragione rilevando gravi irregolarità (formali e sostanziali) negli atti della Regione. Poi si seguironi altri cotenziosi legali (più marginali e che non hanno modificato la situazione), sino ad arrivare alla proposta di Maninchedda.
 Intanto che alla Regione va avanti l’istruttoria legata all’ipotesi del consigliere sardista, Legambiente e gli ambientalisti insistono, come la goccia cinese, con iniziative continue volte alla ceazione di un parco su tutto il colle.
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24 aprile 2009

CAGLIARI La Maddalena deve rinunciare L’annuncio durante il consiglio dei ministri all’Aquila Immediato il sì della Gran Bretagna, prudenti gli Stati Uniti. «Meglio aiutare i terremotati» «Tre motivi per farlo in Abruzzo: risparmi, sicurezza, solidarietà»

  
da La Nuova Sardegna VENERDÌ, 24 APRILE 2009

Cappellacci si adegua, la Lombardo no Scontri nel centrodestra, Pd a più voci

Arturo Parisi Giusto essere solidali ma alla fine non paghino i sardi

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di FILIPPO PERETTI
CAGLIARI. Dopo lo scippo della strada Sassari-Olbia ci mancava quello dell’intero G8. Un Ugo Cappellacci di pessimo umore è passato dall’imbarazzo iniziale all’offerta della solidarietà all’Abruzzo, mentre l’altra presidente del Pdl, Claudia Lombardo, è rimasta sul «no». In tutto il centrodestra sardo sono emersi forti dissensi (con scontri pubblici tra Pdl e Udc) sulla scelta di Berlusconi. Il Psd’Az, che era contrario al summit, si è detto d’accordo allo spostamento, più voci (favorevoli e contrarie) nel Pd.
 Per Ugo Cappellacci è stata la prima autentica giornata nera da governatore. Mentre il suo collega abruzzese Gianni Chiodi era stato informato una decina di giorni fa dallo stesso Silvio Berlusconi, ieri mattina un ignaro Cappellacci è salito sul palco del palacongressi per inaugurare l’edizione annuale della Sardegna assieme a un’altrettanto sorpresa Emma Marcegaglia e all’ultimo momento, informato in extremis, ha dovuto cambiare il discorso che si era scritto. E così la sua prima dichiarazione è stata di forte perplessità: «Di fronte a un dramma come il terremoto dobbiamo essere pronti a tutto, la Sardegna ha sempre dato prova di generosità, ma credo ci siano problemi di altra natura, tecnica e organizzativa, che non penso possano consentire operativamente questo spostamento». Poi, progressivamente, la sua posizione, pur con qualche tono ancora duro, ha finito per adeguarsi a quella del leader nazionale, che in mattinata si era pubblicamente scusato con il governatore sardo per non averlo informato e che oggi lo riceverà a Palazzo Chigi per discutere della compensazione offerta a La Maddalena: il G8 sul clima, a settembre con Barack Obama. A fine giornata, chiudendo a Oristano la seduta congiunta del Consiglio regionale e del Consiglio delle autonomie locali, Cappellacci ha ammesso che «abbiamo preso atto con grande preoccupazione e forte stupore delle decisioni adottate dal governo. Un fatto improvviso, importante e inopinato». Quindi la dichiarazione ufficiale, che gli è valso il ringraziamento di Chiodi: «Siamo lieti e orgogliosi di dare il nostro contributo per aiutare l’Abruzzo. Bisogna spogliarci dell’egoismo per offrire solidarietà». E ha concluso: «Se la decisione diventerà operativa, devo ritenere che gli investimenti fatti in Sardegna rimangono un patrimonio dell’isola. Il G8 era importante per noi perché consentiva la realizzazione di importanti infrastrutture che, ovviamente, adesso devono essere completate».
 Seccata la reazione di Claudia Lombardo: «Siamo solidali con il popolo abruzzese - ha detto la presidente del Consiglio regionale - ma il possibile spostamento del G8 dalla Sardegna è un’occasione persa per la nostra isola. Lo spirito di solidarietà non ci esime da una riflessione sulle mancate possibilità economiche e occupazionali che si sarebbero create con il summit che avrebbe proiettato la Sardegna in una dimensione mondiale».
 Sulla stessa lunghezza d’onda un altro esponente del Pdl, il senatore Piergiorgio Massidda, secondo il quale si tratta di una scelta «incomprensibile che abiura una parola data agli elettori». Mentre il deputato Bruno Murgia e il consigliere regionale Matteo Sanna (anch’essi del Pdl, ma di area An) hanno detto che «l’aiuto all’Abruzzo è nobile», tuttavia «il governo deve mantenere gli impegni con la Sardegna, a iniziare dalla Sassari-Olbia».
 Sul fronte del Pdl c’è da segnalare lo scontro a Oristano (nel vertice dei Consigli) tra il capogruppo dell’Udc Roberto Capelli e il capogruppo del Pdl Mario Diana. Capelli ha parlato di «atto di demagogia» e di «schiaffo» alla Sardegna, Diana lo ha rimproverato per aver sollevato la polemica in una diversa sede istituzionale. Duro anche il commento di Silvestro Ladu (Pdl di area Fortza Paris): «Una scelta incomprensibile, una guerra fra poveri che non risolve i problemi dell’Abruzzo e danneggia la Sardegna».
 Sereni, nel Centrodestra, i sardisti. Il presidente Giacomo Sanna e il segretario Efisio Trincas, da sempre contrari al G8, hanno detto che «se è utile è meglio farlo in Abruzzo».
 Nel Pd, che a livello nazionale ha apprezzato la scelta a favore dell’Abruzzo, sono emerse voci diverse. Arturo Parisi, che da ministro della Difesa si era battuto per il G8 alla Maddalena, ha criticato Berlusconi dal punto di vista politico e organizzativo e ha detto che «sarebbe ingiusto, fatta salva la solidarfietà, che il peso assegnato ai sardi fosse ancora sproporzionato con risorse già in precedenza loro assegnate». Sulla stessa lunghezza d’onda altri due deputati sardi, Guido Melis e Giulio Calvisi, che hanno messo in evidenza anche un altro aspetto riferendosi al discorso del risparmio fatto da Berlusconi: «Vorremo far notare che i soldi per La Maddalena non era dello Stato ma fondi Fas già destinati all’isola, che aveva deciso di stanziarli per la riconversione economica della Maddalena». Di «demagogia», «scelta dannosa per l’isola» e di «arroganza» e di «imbroglio» del premier hanno parlato il commissario e il capogruppo del Pd, Achille Passoni e Mario Bruno, il senatore Francesco Sanna e la deputata Amalia Schirru. Durissima anche Francesca Barracciu. Mentre il deputato Paolo Fadda ha sottolineato che la scelta del governo «è condivisibile, anche se mi chiedo se Berlusconi l’avesse presa se fossimo stati ancora in campagna elettorale». Secondo Fadda «è necessario offrire piena solidarietà all’Abruzzo ma rivolgo un appello a Cappellaccie perché difenda gli investimenti nell’isola».
 Infine i sindacati. Secondo Enzo Costa, segretario della Cgil, la scelta è «incomprensibile» ed equivale a un «tradimento». Mario Medde, segretario della Cisl, ha auspicato che almeno gli investimenti siano confermati.
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 da La Nuova Sardegna VENERDÌ, 24 APRILE 2009

La Marcegaglia colta di sorpresa

E c’è la replica al Psd’Az: «Il mio bando è regolare»

Guido Melis Berlusconi non ha mai creduto nell’isola, quei fondi sono nostri

  7 ca marceg 240409 8 ca sanna 240409CAGLIARI. «Cercheremo di capire di che cosa si tratta perché è chiaro che se fino ad oggi abbiamo lavorato nella logica della Maddalena come sede del G8, a fronte di questo cambiamento repentino, bisogna capire in quali condizioni e come verrà posta la questione della Maddalena». Lo ha detto il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, a Cagliari per incontrare gli industriali sardi.
 Per Emma Marcegaglia, quello dello spostamento del G8, è stata la seconda cattiva notizia avuta subito dopo il suo arrivo a Cagliari dove in mattinata avrebbe partecipato all’inaugurazione della Fiera e nel pomeriggio avrebbe fatto da padrona di casa alla riunione del G8 degli industriali che si chiuderà oggi. L’altra cattiva notizia era stampata sui giornali ed era il duro attacco di Giacomo Sanna e Paolo Maninchedda (Psd’Az), sulla gara d’appalto per l’albergo nell’arsenale della Maddalena (lavori aggiudicati al gruppo Marcegaglia), che ha causato il malumore degli imprenditori del Nord Sardegna e il ricorso al Tar da parte di due imprese. «C’è stato un bando pubblico aperto a tutti e non un’assegnazione privata», ha spiegato la presidente di Confindustria, «alla fine la Mita è stata l’unica società ad aver partecipato al bando e se l’è aggiudicato». «Non si sa neppure se il G8 si farà alla Maddalena», aveva commentato prima che la notizia fosse ufficializzata, «e questo penso comporterà problemi. Tra l’altro la mia azienda ha una quota di maggioranza anche se importante nella società che ha partecipato a questo bando e ribadisco non c’è stata nessuna trattativa privata. Se poi il G8 non si fa alla Maddalena tutte le polemiche sono abbastanza inutili ed anzi un po’ pretestuose». Da ieri, intanto, è in corso il G8 degli Industriali cui prendono parte i presidenti e le delegazioni, oltre che dell’Italia, di Stati Uniti, Giappone, Germania, Gran Bretagna, Francia, Canada e Russia. Al centro del vertice il tema dell’impatto della crisi economica e finanziaria, ma anche quello della libertà di commercio ed investimenti e della lotta ai cambiamenti climatici. Il confronto degli industriali verte sulla indicazione delle proposte da sottoporre ai Capi di Stato e di governo che si riuniranno nel prossimo vertice politico di luglio.
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da La Nuova Sardegna VENERDÌ, 24 APRILE 2009

Berlusconi chiede scusa e dirotta il G8

«Tre motivi per farlo in Abruzzo: risparmi, sicurezza, solidarietà»

«Meglio aiutare i terremotati»: La Maddalena deve rinunciare L’annuncio durante il consiglio dei ministri all’Aquila Immediato il sì della Gran Bretagna, prudenti gli Stati Uniti

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di Guido Piga

LA MADDALENA. Il G8 non si farà più alla Maddalena, isola con un futuro incerto. Si farà in Abruzzo, regione con un presente di dolore. La grande idea di Berlusconi - un colpo a effetto per stupire il mondo sull’italica forza - si è concretizzata ieri mattina: ha avanzato la proposta dello spostamento al consiglio dei ministri riunito all’Aquila, non c’è stata alcuna opposizione né lì dentro, né all’esterno. Poi, scusandosi con la Sardegna per lo scippo, ha chiarito le ragioni della clamorosa svolta: si risparmiano soldi, si aiuta la ricostruzione, si bloccano i contestatori. Sì di Londra, Washington prudente: «Vedremo».
 L’Aquila, le nove del mattino. C’è fermento attorno alla caserma della guardia di finanza, unica struttura rimasta in piedi dopo il terremoto. Lì si deve riunire il consiglio dei ministri, con in agenda gli interventi straordinari per la ricostruzione dell’Abruzzo. Ci sono gli uomini della protezione civile di tutta Italia, in attesa del capo Guido Bertolaso. Un’agenzia lancia l’indiscrezione: «Berlusconi sposterà il G8 dalla Maddalena all’Aquila».
 Pierfranco Zanchetta è in missione in Abruzzo: come assessore provinciale, come capo delegazione della protezione civile gallurese, come maddalenino. Raccoglie informazioni. «Sì, sembra che Berlusconi voglia trasferire tutto all’Aquila». Tutti sembrano spiazzati. Persino nel governo c’è chi, come il ministro Matteoli, reputa questa possibilità “impossibile”. Sulla stessa linea Margherita Boniver, sottosegretario, grande espera di affari internazionali: «E’ inimmaginabile». Imbarazzo nella struttura di Bertolaso. Alla Maddalena tutti sono al lavoro: gli operai nei cantieri dell’ex arsenale e dell’ex ospedale, i tecnici negli uffici per mettere a punto la conferenza di servizi programmata per oggi e a tarda sera rinviata.
 E del resto, come pensare l’impensabile o l’inimmaginabile? Berlusconi era stato nell’isola pochi giorni fa, il 14 aprile. Con lui, Gianni Letta, sottosegretario numero 1, e Guido Bertolaso, commissario del G8. Una visita di un’ora nei cantieri, complimenti a tutti per il lavoro, anche a Stefano Boeri, architetto di alto livello. «Metta un po’ più di verde» l’unica raccomandazione. La macchina organizzativa aveva raggiunto i traguardi prefissati, il gruppo che aveva vinto la gestione dell’arsenale, quello della Marcegaglia, stava predisponendo i progetti e tirando fuori i soldi, 45 milioni di euro per finire i lavori. Ad Alghero era stata programmata la riunione per dirottare i voli da Olbia, aeroporto chiuso dal 7 al 10 luglio, giorni del G8, a Fertilia.
 Alle 10.34 l’Ansa batte questa notizia: «Berlusconi: giusto spostare il G8 all’Aquila». Sembra una delle sue trovate, un po’ come fece a Napoli durante l’emergenza dei rifiuti. Poco più di un desiderio, quello che lui farebbe se non ci fossero gli ostacoli degli alleati internazionali, insomma. Un modo per dare una segnale all’Abruzzo. Ora le reazioni fioccano. Sindaci contro, quelli dell’Aquila e della Maddalena. «Siamo pronti ad accogliere il G8» dice il primo. «Farlo lì sarebbe un altro terremoto» ribatte il secondo.
 Non c’è tempo per disegnare piani A, piani B o C. Alle 12.31 l’Ansa batte: «Da cdm via libera a proposta spostamento all’Aquila». Non ci sono più dubbi, i pochi che restano li spazza via Berlusconi. Tiene una conferenza stampa, ci sono alcuni ministri al tavolo, Bertolaso è l’ultimo, scuote il capo, sembra scuro in volto, un po’ contrariato. «Era assillato da altri pensieri sul terremoto» diranno poi dal suo staff. Non c’è dissenso, quello di alcuni ministri rientra subito.
 Perché all’Aquila, dunque? Il premier cita tre ragioni. L’Italia risparmia, è più sicura, aiuta l’Abruzzo. Primo punto. «Abbiamo visto che per la gestione, per l’impegno delle forze dell’ordine e per una serie di altre opere ci sarebbe stata una spesa superiore ai 220 milioni di euro - dice Berlusconi - e poiché in Italia si è data vita a una polemica sul costo del referendum e si è fatto tanto scandalo anche se il suo costo è di 50 milioni, ci siamo detti perché non darli per la ricostruzione dell’Abruzzo?». Seconda ragione, forse determinante per la scelta: «Non credo che i no global avrebbero la voglia, la faccia e il cuore di fare manifestazioni dure in occasione del G8 se il summit si tenesse all’Aquila, zona ferita dal terremoto». Un modo per dire che, invece, alla Maddalena (e in Gallura) avrebbero potuto esserci serissimi problemi di sicurezza. Terza ragione: «E’ un forte segnale per il rilancio di zone così duramente colpite». Quarta ragione, non detta: è un grande colpo mediatico, una decisione che è destinata a far lievitare il consenso di Berlusconi a livelli bulgari. Una dimostrazione di forza - verrebbe da dire di pura potenza - del premier davanti all’Italia e al mondo. Nessuna voce critica. Né dal Pd («l’importante è che non intralci la ricostruzione»), né dalla Regione. Anzi, via libera su tutta la linea di Cappellacci. «Prevale il sentimento di solidarietà per l’Abruzzo» si limita a dire il governatore. «E’ l’ennesima dimostrazione che il presidente della Sardegna non è lui, ma Berlusconi - commenta Zanchetta -. Spero che le opere alla Maddalena vengano finite e che questa decisione sia un vero aiuto per l’Abruzzo». A tarda sera, incalzato, Cappellacci parla solo di «decisione inopinata».
 La grande idea del trasferimento sarebbe maturata subito dopo il terremoto. E sarebbe venuta a Bertolaso, l’uomo che guiderà la macchina della ricostruzione in Abruzzo. Così come lo scorso giugno il commissario del G8 aveva garantito a Berlusconi che i lavori alla Maddalena sarebbero stati fatti (ed è andata così), altrettanto avrebbe fatto in quest’occasione. Come dire: mi dia i soldi (sono arrivati 8 miliardi), mi dia le deroghe (per bandire gli appalti) e le opere saranno pronte in poco più di due mesi.
 Tutti all’Aquila, quindi, salvo clamorosi e improbabili colpi di scena. Il vertice si terrà in un’area in cui a luglio, secondo il presidente italiano dei geologi, «è prevedibile si registreranno scosse». Non sembra un ostacolo, però. Decisivo sarà il parere dei partner del G8. La Gran Bretagna ha già detto sì, «decide l’Italia». Più prudente la posizione degli Stati Uniti. «Vedremo» ha fatto sapere Washington.
 «Non abbiamo preso una posizione - ha detto la responsabile dell’Agenzia americana per l’ambiente, Lisa Jackson, parlando al G8 Ambiente a Siracusa -. Il presidente Berlusconi ha fatto una richiesta al nostro presidente per spostare il G8 e credo che se questo si farà serviranno degli aggiustamenti».
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 da La Nuova Sardegna VENERDÌ, 24 APRILE 2009

Campo Imperatore potrebbe accogliere Berlusconi e gli altri leader mondiali

Tra i monti abruzzesi l’albergo-fortezza dove Mussolini arrivò dalla Maddalena

15 g8 pescara 240409PESCARA. Non potevano sfuggire i corsi e i ricorsi storici: tra le strutture che potrebbero ospitare i partecipanti e alcune riunioni del G8 all’Aquila, ce n’è una che, oltre alla posizione favorevole per la riservatezza e sicurezza degli ospiti e al paesaggio mozzafiato, offre un fascino e una coincidenza storica del tutto particolari: è l’albergo di Campo Imperatore dove nel 1943 fu ospite forzato Benito Mussolini, qui trasferito, coincidenze della storia, proprio dall’isola della Maddalena, suo primo luogo di prigionia dopo la defenestrazione del 25 luglio.
 L’edificio, realizzato nel 1934 sul bordo di Campo Imperatore, a 2130 metri di quota, è stato ristrutturato e riaperto al pubblico a fine 2006. L’Hotel di Campo Imperatore, con le sue 48 stanze, ha retto senza problemi al terremoto del 6 aprile e alle repliche dei giorni scorsi. Intatta anche la suite 220, che conserva il mobilio originale della stanza che ospitò il Duce. Accanto c’è anche un Ostello con 42 posti. Raggiungibile d’estate con una strada panoramica e, d’inverno, solo con la Funivia del Gran Sasso, l’albergo dispone di due ristoranti e di spazi per meeting e congressi. In vista del G8 sarebbe una piccola fortezza di montagna, facilmente controllabile e inaccessibile a manifestanti e curiosi, a meno che non si muniscano di alianti, come quelli del maggiore Mors, comandante dell’operazione che portò alla liberazione di Mussolini da parte dei tedeschi.
 L’arrivo di Mussolini all’albergo di Campo Imperatore fu piuttosto travagliato. Dopo la seduta del Gran Consiglio del 25 luglio 1943, che portò al suo arresto, il Duce fu condotto in gran segreto sull’isola di Ponza; fu poi portato a La Spezia e prelevato da un incrociatore. Hitler aveva messo i suoi uomini alle calcagna dell’amico e alleato, con l’ordine di liberarlo e portarlo in Germania. Per questo il Governo di Pietro Badoglio continuò a spostare Mussolini. Prima in Sardegna, a La Maddalena. Poi, mentre i tedeschi preparavano uno sbarco sull’isola, in un casolare in Abruzzo e, infine, il 28 agosto, nell’albergo di Campo Imperatore.
 Vi rimase fino al 12 settembre, quando dieci alianti con a bordo SS e paracadutisti tedeschi atterrarono a poca distanza dell’albergo e liberarono il “prigioniero”, portandolo via a bordo di una “Cicogna”, che riuscì a decollare nel poco spazio a disposizione. I carcerieri italiani in realtà non mossero un dito. L’Operazione Quercia era diretta dal maggiore Harald Otto Mors, ma a prendersi il merito fu il maggiore Otto Skorzeny, che si fece fotografare con Mussolini prima del decollo. Da allora, la struttura ha conosciuto un lungo periodo di crisi. Recentemente restaurato è punto di appoggio per la stazione sciistica adiacente.
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6 aprile 2009

CAGLIARI, SANITÀ Intervista al professor Melis. L’universitario replica alla Dirindin «La sua gestione? Fallimentare»

 
da La Nuova Sardegna LUNEDÌ, 06 APRILE 2009

L’universitario replica alla Dirindin «La sua gestione? Fallimentare»

SANITÀ Intervista al professor Melis

1 ca univ 060409 2 ca univ 060409 3 ca univ 060409

di ALESSANDRA SALLEMI
CAGLIARI. Tocca l’università, anzi, la facoltà di Medicina, e muori. Se poi le facoltà di un’isola come la Sardegna sono due e le scontenti tutt’e due, muori di sicuro. Si parla di politica, naturalmente, e del risultato delle elezioni dove Soru sarebbe stato sconfitto in larga parte a causa della gestione della sanità e anche dei torti subìti dalle facoltà di Medicina. Lo afferma Giambenedetto Melis, il direttore della clinica ginecologica e ostetrica dell’università di Cagliari, in replica all’ex assessore Nerina Dirindin che sulla Nuova Sardegna ha accettato di raccontare fatti vissuti e opinioni maturate durante il suo mandato nell’isola. E’ drastico, Melis: «Quello che ha fatto l’assessore Dirindin è stato un fallimento».
Tutto? Anche le leggi che hanno reso possibile l’attuazione di qualunque piano sanitario la Sardegna vorrà darsi?
«Io non sono un esperto di leggi. Ma mi sono accorto di quello che è successo nella psichiatria: un sistema di cura è stato sostituito con un altro, forse più moderno, ma che è rimasto a metà, che i colleghi non hanno accettato, che ha dovuto utilizzare consulenze costose per introdurre un approccio alla malattia mentale che sia a Trieste (dove è stato realizzato in modo compiuto) sia in Sardegna ha fatto aumentare i suicidi. E questo perché è stata abbandonata un’intera fascia di malati a favore di un’assistenza molto costosa per alcuni tipi di pazienti soltanto».
Perché lei, o altri, non avete cercato il dialogo con l’assessore?
«Perché è stato impossibile. E’ venuta qui in visita nella clinica, di per sé aveva un atteggiamento indisponente, quando le ho fatto presente che metà reparto era ristrutturato e metà no, mi ha risposto ma secondo lei per le donne sarde è meglio avere un reparto mezzo ristrutturato o nessuno?. Ecco, ha sempre affrontato le cose in modo aggressivo».
Gli eventuali modi non sono necessariamente sostanza: la Dirindin è arrivata con un’esperienza e un curriculum.
«Ne siete sicuri? Il curriculum della dottoressa Dirindin è abbastanza relativo: in una facoltà dove si diventa ordinari piuttosto giovani lei sarà al massimo un associato».
E la direzione generale del ministero della sanità?
«Un incarico politico. Ma il problema non è se la Dirindin avesse titoli per fare l’assessore, bensì il risultato del suo operato. Tanto è vero che non ha certo contribuito al successo elettorale del centrosinistra. Sa quanto ha contato il suo essere piemontese?».
Lo dica lei.
«Nulla. Ma alla prova dei fatti l’assessore Dirindin ha saputo solo comprare modelli e importarli. Parliamo di primari, dei corsi Ippocrate, di consulenze, dello stesso piano sanitario. A me, in Toscana, nessuno ha mai rimproverato di essere sardo, qui le si è rimproverato non di essere piemontese, ma filocontinentale: avevamo gente che poteva essere preparata».
E’ un fatto che la Dirindin appena arrivata sia riuscita subito a comporre le aziende miste.
«Certo i suoi predecessori hanno perduto una grande occasione. Ma in un anno ha fatto il protocollo per le aziende miste e poi ce sono voluti quattro perché venissero istituite».
Lei sarà al corrente delle resistenze incontrate a Sassari.
«Sì, ma l’assessore poteva procedere ben prima con l’azienda di Cagliari. La cosa non fu fatta perché la Regione avrebbe dovuto stanziare denari che Dirindin ha preferito destinare all’Asl 8 di Cagliari. Poi l’hanno creata, ma come una costola dell’Asl 8. E comunque c’è stata difficoltà a far nascere anche quella di Cagliari».
Sì, per le trattative con gli universitari.
«No, perché il direttore generale dell’Asl 8, Gumirato, non gli dava un euro. Il San Giovanni, che si sapeva sarebbe andato nell’azienda mista, ci è arrivato svuotato. E posso affermare che nei quattro anni di gestione Gumirato-Dirindin c’è stata una discriminazione nei confronti della nostra e di quasi tutte le altre cliniche».
Perché?
«L’università è meno facile da controllare: non si è soli, ci sono i consigli di facoltà, i presidi, i rettori. Più semplice manipolare un’azienda dove basta nominare un manager per fare quel che si vuole. Anche costruire un ospedale nuovo da 700 posti letto anziché finire il policlinico universitario e creare il vero ospedale dell’area di Cagliari. E infatti il nuovo assessore ha subito preso in mano il problema».
Suscitando perplessità: il policlinico universitario ha una missione diversa da un ospedale e basta. Magari agli universitari può piacere che tutto debba passare dall’università. O che tutto si accentri nell’università.
«No, se si parla di economia sanitaria bisogna guardare ai costi: un ospedale nuovo da 500 milioni di euro deve venire dopo un completamento, come quello che serve al policlinico, per il quale ne bastano 100. La Regione attraverso i direttori generali ha fatto guerra alle strutture universitarie: guardi Sassari».
Guardiamo.
«L’assessore Dirindin chiese alla facoltà di Medicina di Sassari quali fossero i problemi organizzativi, logistici ecc, il direttore della clinica ginecologica Salvatore Dessole presentò un elenco scritto: è una clinica che fa parti quasi quanto noi (che siamo a 1.600 l’anno), buona chirurgia, ma nel nido continua a pioverci dentro. Quella clinica è stata depauperata del personale: Dessole è dovuto andare alla procura della Repubblica, ha dovuto minacciare di chiudere il servizio. Non veniva neppure ricevuto dal manager Zanaroli. Poi fu ricevuto, e da quel momento ottenne anche di meno».
Professore, forse al sistema non piace che la Dirindin e i «suoi» manager abbiano eliminato le clientele tra assessore, direttori generali, primari e direttori di clinica.
«La Dirindin non ha eliminato affatto le clientele. Prima gli assessori ricevevano chiunque lo chiedesse. E così i manager. Primari e direttori di clinica hanno il diritto di andare a chiedere ciò che serve ai reparti: è questo diritto che è stato cancellato da Dirindin e dai manager di sua nomina. A favore di una metodica a senso unico nella distribuzione dei fondi per il giusto apporto che la Regione deve dare alla ricerca e al miglioramento dell’assistenza».
Cioè cosa è successo?
«Che i finanziamenti sono andati solo al gruppo del professor Gessa e al Microcitemico, col professor Cao e il dottor Monni. Bene che venga riconosciuto il lavoro clinico dei colleghi, ma io credo che un assessore alla sanità dovrebbe finanziare non solo la ricerca di base, che dà risultati utili alla salute delle persone vent’anni dopo».
Forse ha voluto incoraggiare le eccellenze.
«Le eccellenze in Sardegna non sono soltanto queste. Cao e Gessa è da molti anni che gestiscono fondi per la ricerca e poi i tempi sono cambiati. La talassemia oggi per esempio si affronta bene con trapianti di midollo mentre qui si continua a puntare sulla diagnosi prenatale. In ogni caso io credo che premiare le eccellenze non debba significare l’abbandono degli altri o, peggio, la loro diffamazione quando si dice che i sardi non sanno lavorare assieme. Molti sardi di valore non sono stati scelti nelle commissioni perché avevano le loro idee e non si facevano convincere da affermazioni sbagliate. La commissione per la riduzione dei tagli cesarei era composta da operatori che, al 90 per cento, non ne avevano mai visto uno. Oppure: come si pretendeva che venisse accettato il fatto che, nella commissione oncologica, non dovesse esserci il preside della facoltà di Medicina, Gavino Faa, che è un anatomo patologo? Faa a suo tempo s’era impegnato per realizzare il protocollo d’intesa dell’azienda mista, mentre Dirindin e Gumirato volevano fargli accettare tagli su tutto ciò che riguardava l’università: fondi, posti letto, strutture».
Professore, possiamo parlare un momento dell’arroganza degli universitari che decidono insindacabilmente chi vincerà una cattedra, fosse pure un asino il prescelto?
«Adesso quest’arroganza è passata ai politici. Sono stati nominati primari senza casistica in un campo come la chirurgia oncologica, quando c’era un collega che aveva davvero un mare di titoli in più».
Qualcosa di buono che l’ex assessore ha lasciato?
«Io analizzo quello che ha fatto nel mio campo e posso citare solo scelte negative. Si è camuffato un vecchio ambulatorio di diagnosi preventiva e cambiandogli il nome lo si è trasformato in un Centro donna che, per essere tale, avrebbe dovuto offrire ben altri servizi e non lo si è fatto perché ci si è guardati dall’utilizzare quel che la nostra clinica poteva dare. Per non parlare dell’assenza di iniziative nel campo della diagnosi precoce del tumore alla mammella».
Citi almeno un merito della professoressa Dirindin.
«Non ne ha».
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6 aprile 2009

CAGLIARI. Tocca l’università, anzi, la facoltà di Medicina, e muori. SANITÀ Intervista al professor Melis L’universitario replica alla Dirindin «La sua gestione? Fallimentare»

  
da La Nuova Sardegna LUNEDÌ, 06 APRILE 2009

L’universitario replica alla Dirindin «La sua gestione? Fallimentare»

SANITÀ Intervista al professor Melis

1 ca univ 060409 2 ca univ 060409 3 ca univ 060409

di ALESSANDRA SALLEMI
 CAGLIARI. Tocca l’università, anzi, la facoltà di Medicina, e muori. Se poi le facoltà di un’isola come la Sardegna sono due e le scontenti tutt’e due, muori di sicuro. Si parla di politica, naturalmente, e del risultato delle elezioni dove Soru sarebbe stato sconfitto in larga parte a causa della gestione della sanità e anche dei torti subìti dalle facoltà di Medicina. Lo afferma Giambenedetto Melis, il direttore della clinica ginecologica e ostetrica dell’università di Cagliari, in replica all’ex assessore Nerina Dirindin che sulla Nuova Sardegna ha accettato di raccontare fatti vissuti e opinioni maturate durante il suo mandato nell’isola. E’ drastico, Melis: «Quello che ha fatto l’assessore Dirindin è stato un fallimento».
 Tutto? Anche le leggi che hanno reso possibile l’attuazione di qualunque piano sanitario la Sardegna vorrà darsi?
 
«Io non sono un esperto di leggi. Ma mi sono accorto di quello che è successo nella psichiatria: un sistema di cura è stato sostituito con un altro, forse più moderno, ma che è rimasto a metà, che i colleghi non hanno accettato, che ha dovuto utilizzare consulenze costose per introdurre un approccio alla malattia mentale che sia a Trieste (dove è stato realizzato in modo compiuto) sia in Sardegna ha fatto aumentare i suicidi. E questo perché è stata abbandonata un’intera fascia di malati a favore di un’assistenza molto costosa per alcuni tipi di pazienti soltanto».
 Perché lei, o altri, non avete cercato il dialogo con l’assessore?
 
«Perché è stato impossibile. E’ venuta qui in visita nella clinica, di per sé aveva un atteggiamento indisponente, quando le ho fatto presente che metà reparto era ristrutturato e metà no, mi ha risposto ma secondo lei per le donne sarde è meglio avere un reparto mezzo ristrutturato o nessuno?. Ecco, ha sempre affrontato le cose in modo aggressivo».
 Gli eventuali modi non sono necessariamente sostanza: la Dirindin è arrivata con un’esperienza e un curriculum.
 
«Ne siete sicuri? Il curriculum della dottoressa Dirindin è abbastanza relativo: in una facoltà dove si diventa ordinari piuttosto giovani lei sarà al massimo un associato».
 E la direzione generale del ministero della sanità?
 
«Un incarico politico. Ma il problema non è se la Dirindin avesse titoli per fare l’assessore, bensì il risultato del suo operato. Tanto è vero che non ha certo contribuito al successo elettorale del centrosinistra. Sa quanto ha contato il suo essere piemontese?».
 Lo dica lei.
 
«Nulla. Ma alla prova dei fatti l’assessore Dirindin ha saputo solo comprare modelli e importarli. Parliamo di primari, dei corsi Ippocrate, di consulenze, dello stesso piano sanitario. A me, in Toscana, nessuno ha mai rimproverato di essere sardo, qui le si è rimproverato non di essere piemontese, ma filocontinentale: avevamo gente che poteva essere preparata».
 E’ un fatto che la Dirindin appena arrivata sia riuscita subito a comporre le aziende miste.
 
«Certo i suoi predecessori hanno perduto una grande occasione. Ma in un anno ha fatto il protocollo per le aziende miste e poi ce sono voluti quattro perché venissero istituite».
 Lei sarà al corrente delle resistenze incontrate a Sassari.
 
«Sì, ma l’assessore poteva procedere ben prima con l’azienda di Cagliari. La cosa non fu fatta perché la Regione avrebbe dovuto stanziare denari che Dirindin ha preferito destinare all’Asl 8 di Cagliari. Poi l’hanno creata, ma come una costola dell’Asl 8. E comunque c’è stata difficoltà a far nascere anche quella di Cagliari».
 Sì, per le trattative con gli universitari.
 
«No, perché il direttore generale dell’Asl 8, Gumirato, non gli dava un euro. Il San Giovanni, che si sapeva sarebbe andato nell’azienda mista, ci è arrivato svuotato. E posso affermare che nei quattro anni di gestione Gumirato-Dirindin c’è stata una discriminazione nei confronti della nostra e di quasi tutte le altre cliniche».
 Perché?
 
«L’università è meno facile da controllare: non si è soli, ci sono i consigli di facoltà, i presidi, i rettori. Più semplice manipolare un’azienda dove basta nominare un manager per fare quel che si vuole. Anche costruire un ospedale nuovo da 700 posti letto anziché finire il policlinico universitario e creare il vero ospedale dell’area di Cagliari. E infatti il nuovo assessore ha subito preso in mano il problema».
 Suscitando perplessità: il policlinico universitario ha una missione diversa da un ospedale e basta. Magari agli universitari può piacere che tutto debba passare dall’università. O che tutto si accentri nell’università.
 
«No, se si parla di economia sanitaria bisogna guardare ai costi: un ospedale nuovo da 500 milioni di euro deve venire dopo un completamento, come quello che serve al policlinico, per il quale ne bastano 100. La Regione attraverso i direttori generali ha fatto guerra alle strutture universitarie: guardi Sassari».
 Guardiamo.
 
«L’assessore Dirindin chiese alla facoltà di Medicina di Sassari quali fossero i problemi organizzativi, logistici ecc, il direttore della clinica ginecologica Salvatore Dessole presentò un elenco scritto: è una clinica che fa parti quasi quanto noi (che siamo a 1.600 l’anno), buona chirurgia, ma nel nido continua a pioverci dentro. Quella clinica è stata depauperata del personale: Dessole è dovuto andare alla procura della Repubblica, ha dovuto minacciare di chiudere il servizio. Non veniva neppure ricevuto dal manager Zanaroli. Poi fu ricevuto, e da quel momento ottenne anche di meno».
 Professore, forse al sistema non piace che la Dirindin e i «suoi» manager abbiano eliminato le clientele tra assessore, direttori generali, primari e direttori di clinica.
 
«La Dirindin non ha eliminato affatto le clientele. Prima gli assessori ricevevano chiunque lo chiedesse. E così i manager. Primari e direttori di clinica hanno il diritto di andare a chiedere ciò che serve ai reparti: è questo diritto che è stato cancellato da Dirindin e dai manager di sua nomina. A favore di una metodica a senso unico nella distribuzione dei fondi per il giusto apporto che la Regione deve dare alla ricerca e al miglioramento dell’assistenza».
 Cioè cosa è successo?
 
«Che i finanziamenti sono andati solo al gruppo del professor Gessa e al Microcitemico, col professor Cao e il dottor Monni. Bene che venga riconosciuto il lavoro clinico dei colleghi, ma io credo che un assessore alla sanità dovrebbe finanziare non solo la ricerca di base, che dà risultati utili alla salute delle persone vent’anni dopo».
 Forse ha voluto incoraggiare le eccellenze.
 
«Le eccellenze in Sardegna non sono soltanto queste. Cao e Gessa è da molti anni che gestiscono fondi per la ricerca e poi i tempi sono cambiati. La talassemia oggi per esempio si affronta bene con trapianti di midollo mentre qui si continua a puntare sulla diagnosi prenatale. In ogni caso io credo che premiare le eccellenze non debba significare l’abbandono degli altri o, peggio, la loro diffamazione quando si dice che i sardi non sanno lavorare assieme. Molti sardi di valore non sono stati scelti nelle commissioni perché avevano le loro idee e non si facevano convincere da affermazioni sbagliate. La commissione per la riduzione dei tagli cesarei era composta da operatori che, al 90 per cento, non ne avevano mai visto uno. Oppure: come si pretendeva che venisse accettato il fatto che, nella commissione oncologica, non dovesse esserci il preside della facoltà di Medicina, Gavino Faa, che è un anatomo patologo? Faa a suo tempo s’era impegnato per realizzare il protocollo d’intesa dell’azienda mista, mentre Dirindin e Gumirato volevano fargli accettare tagli su tutto ciò che riguardava l’università: fondi, posti letto, strutture».
 Professore, possiamo parlare un momento dell’arroganza degli universitari che decidono insindacabilmente chi vincerà una cattedra, fosse pure un asino il prescelto?
 
«Adesso quest’arroganza è passata ai politici. Sono stati nominati primari senza casistica in un campo come la chirurgia oncologica, quando c’era un collega che aveva davvero un mare di titoli in più».
 Qualcosa di buono che l’ex assessore ha lasciato?
 
«Io analizzo quello che ha fatto nel mio campo e posso citare solo scelte negative. Si è camuffato un vecchio ambulatorio di diagnosi preventiva e cambiandogli il nome lo si è trasformato in un Centro donna che, per essere tale, avrebbe dovuto offrire ben altri servizi e non lo si è fatto perché ci si è guardati dall’utilizzare quel che la nostra clinica poteva dare. Per non parlare dell’assenza di iniziative nel campo della diagnosi precoce del tumore alla mammella».
 Citi almeno un merito della professoressa Dirindin.
 
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